Dalla plasmaferesi all’autosufficienza del sistema: i giovani dell’Avis e le sfide per il futuro

Un clima sereno e costruttivo, tantissima energia, curiosità e partecipazione in abbondanza da parte dei giovani: sono questi gli ingredienti che abbiamo potuto riscontrare durante il tempo passato al corso di formazione Avis (in sinergia con la Fondazione Campus di Lucca e con l’azienda farmaceutica Kedrion Biopharma), andato in scena negli scorsi 15 dicembre e 16 dicembre 2017 a Milano.

Molti giovani, una ventina, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovati all’Università statale, a pochi metri da Piazza Duomo, per il terzo e ultimo modulo di un progetto giunto alla sua terza edizione, con lo scopo ambizioso di offrire al capitale umano del domani che verrà, ovvero i giovani che dovranno reggere l’associazione nel futuro prossimo, i migliori strumenti di conoscenza per affrontare un lavoro sul campo diventato sempre più difficile, in misura con l’ampiezza e la complessità del mondo che si ingrandisce e richiede sempre più preparazione e maggiore capacità interpretativa. Fattori politici, vita concreta nel meccanismo associativo, fattori gestionali, studio dei mondi legati al no-profit, e importanza sempre crescente della capacità di creare reti virtuose per poi riuscire a coordinarle al meglio: ecco i temi chiave dei tre moduli del corso 2017, che aveva come ulteriore focus la recente riforma del terzo settore e i suoi principali cambiamenti.

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Le giornate di studio: gli approfondimenti e le prove finali

 Molto ricche le discussioni nella giornata di venerdì, concentrate sulle principali innovazioni della riforma. Come fare i bilanci, dialogo con case history, buona amministrazione, registro, screening, abbattere la disparità nei registri, uniformità generale tra le gestioni locali. Tema caldo, poi, l’introduzione delle reti associative: in Italia infatti, c’è grande frammentazione di associazioni di volontariato con bilanci molto piccoli: da cui la logica della riforma che consiste nel favorire aggregazioni tematiche che dovranno essere composte da 20 fondazioni o 100 associazioni presenti in almeno 5 regioni, con lo scopo di creare delle filiere virtuose. Perché si formino reti nazionali, invece, serviranno ben 500 associazioni in 10 regioni o 100 fondazioni, come è accaduto per il forum del terzo settore. Avis Nazionale, per esempio, è già un modello di rete associativa.

Sabato invece, spazio ai progetti. Dopo un ricco intervento di Salvatore Veca, presidente di Fondazione Campus, i giovani, divisi in quattro gruppi, hanno lavorato su diversi progetti a proposito dei temi principali affrontati durante il corso, poi presentati al presidente di Avis Nazionale Alberto Argentoni. Ecco i focus:

  1. Il progetto “Il futuro di AVIS”, incentrato su come affrontare questione intergenerazionale;
  1. Il progetto “Fidelizzare i donatori”, per coinvolgere i medici di base;
  1. Il progetto “Comunicare AVIS”, con l’ideazione di una campagna social pensata per arrivare a quella parte di pubblico che conosce poco l’associazione;
  1. Il progetto “La formazione in AVIS”, sul tema della disseminazione nel territorio e nel tempo della Scuola nazionale di formazione.

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La voce dei protagonisti

I veri protagonisti del corso dunque sono stati proprio i ragazzi, gli studenti, uomini e donne provenienti da tutta Italia che hanno raccontato a Buonsangue le loro sensazioni in chiusura dell’esperienza formativa, oltre ad alcune tappe fondamentali del loro percorso nelluniverso magico del dono.

Attento a cogliere gli aspetti di un mondo in divenire, per esempio, è Raffaele Raguso, pugliese di Martina Franca e responsabile comunicazione di Avis Puglia.

Penso che il corso di formazione Avis sia un punto di eccellenza – ha detto – È formato da tre tappe diverse che nel concreto ci aiuteranno a trasformare la nostra esperienza sul campo. Penso che proprio ora inizi il mio nuovo percorso in associazione, in un momento di cambiamento. La riforma del terzo settore che stiamo sciorinando al corso ci offre la consapevolezza che un buon volontario deve essere formato, al fine continuare la mission collettiva che è la donazione del sangue. Io penso sia necessario prendere il buono di chi ci ha preceduto per affinare insieme il vecchio e il nuovo. È una bellissima sfida. Sono diventato donatore nel 2001: ho iniziato perché col dono si ottenevano crediti scolastici e perché un giorno arrivarono dei vecchietti dell’Avis a parlarci. Poi ho iniziato la carriera militare e sono andato via da casa, interrompendo l’attività: un anno dopo ho ricevuto una chiamata per supportare un amico malato di leucemia, e in quel momento mi sono sentito stupido, perché ho capito di aver perso un anno di donazione. La vita poi mi ha riportato in Puglia e ho intrapreso questo mio percorso associativo. Penso che finora Avis mi abbia dato di più di quanto io ho dato ad Avis, e ora è il momento di pareggiare i conti. Noi donatori non dobbiamo dimenticare la nostra mission. Avis esiste soprattutto per gli ammalati”.

Altra funzione riconosciuta al corso è stata la capacità di affinare alcune competenze tecniche, come ha spiegato Stefania Felline da Avis Roma, dove oggi è tesoriere. Ma Avis per lei è stata importante anche sul piano personale, consentendole di trovare ricchezza nei rapporti umani e affetti di sicura durata. “Stiamo approfondendo la nostra conoscenza della struttura dell’associazione e del terzo settore, e grazie al corso posso migliorare negli aspetti in evoluzione, come per esempio, la mia funzione di tesoriere. Impariamo, grazie a questo modulo, a prendere in mano la situazione e saperla gestire. Inoltre entriamo in contatto con molte altre esperienze professionali da altre zone d’Italia che ci consentono di fare rete anche mentre impariamo, mettendo a frutto lo scambio personale delle competenze. Io ho 30 anni è ho iniziato a donare a 19, al primo anni di università. In famiglia non c’erano altri donatori ma avevo visto delle pubblicità a scuola e ho capito che un piccolo gesto poteva bastare per un grande dono. La prima volta sono andata da sola in ospedale, poi mi sono avvicinata ad Avis che era l’associazione più grande. Sono entrata nella consulta giovani, e ho arricchito il mio percorso di donatrice con quello associativo. Ormai l’associazione è la mia seconda famiglia, arrivando a Roma dalla Puglia ho trovato un luogo accogliente che mi ha portato fortuna e in Avis ho trovato anche il fidanzato. Inoltre si è evoluto anche il mio modo di donare. Prima donavo solo sangue intero, ma da tempo dono anche il plasma in aferesi.

Ma come si gestisce il rapporto tra esperienza locale e nazionale? E come si convince il pubblico ad avvicinarsi alla plasmaferesi, che dura tra i 40 e i 50 minuti e può “spaventare” il donatore? Luciano Scarpino, segretario dell’Avis comunale di Livorno, ha espresso idee molto precise. “Ho scelto di fare il corso perché informandomi sul sito di Avis Nazionale mi sembrava un’ottima opportunità, e sono davvero orgoglioso che Avis si occupi direttamente di formare i giovani che poi dovranno tenere in piedi l’associazione nel futuro. Il corso è stato un crescendo, sono molto soddisfatto del percorso, bisogna ricordarsi che siamo volontari a costo zero, e da lunedì potremo portare nelle nostre realtà territoriali gli insegnamenti di queste tre tappe di formazione. Nelle realtà locali si combatte un po’ con il nuovo sistema di raccolta che ha aumentato le quantità di una seduta di donazione, ma bisogna fare capire al pubblico che donare plasma, anche se ci vuole di più, è un tipo d donazione che porta dei vantaggi sociali molto maggiori. Il plasma si dona un po’ meno per ansia di prestazione, ma ogni singola donazione ha un peso specifico sociale e un’incisività molto maggiore. In sede locale ci proviamo, per cui non posso dire altro che donate plasma! Chi si affaccia al dono lo fa per svariati motivi, a volte è un amicizia, a volte un’informazione da internet o un manifesto per strada. Ma è anche una vocazione! C’è chi si avvicina per ringraziare dopo vicende personali, perché lo scopo finale del dono è regalare un sorriso”.

Altro tema associativo sempre di attualità è il rapporto tra anziani e nuove leve giovani.

Come interagire? Come far convivere due approcci spesso diversi e due mentalità non sempre conciliabili? Come accrescere il dialogo? Chiara Baggi, dall’Avis di Crema, nel consiglio locale come social media manager, racconta la sua esperienza.

“Il corso è molto interessante. Abbiamo incontrato psicologi e filosofi che ci hanno spiegato come ottimizzare l’attività di cooperazione e coordinazione per creare reti efficienti. L’ambiente è bellissimo è abbiamo legato molto tra di noi. Spesso, anche se l’idea generale è che gli anziani debbano concedere molto spazio ai giovani e alle idee, questo non sempre succede sul piano operativo e dell’implementazione: forse perché noi dobbiamo essere più intraprendenti o perché gli anziani faticano ad accettare nuove idee. Ma le basi per migliorare il dialogo ci sono, è sempre importante proporsi come giovani pieni di iniziativa. Io sono diventata donatrice perché riflettendoci ho capito che non c’era alcuna buona ragione per non farlo”.

Il volontariato è un mondo che tuttavia va oltre la donazione, e un corso di formazione può arricchire in modo trasversale ed eterogeneo.  Luigi D’Errico, dalla Calabria, e in particolare da Avis Rossano dove fa il consigliere, ci spiega come l’arricchimento possa ramificarsi su un numero di attività variegate ma altrettanto importanti.

“Mi occupo di volontariato a 360 gradi – ha detto – con Avis e con l’associazione Sapientia, che fa capo ad Avis e serve per ricercare sponsor e pianificare e sviluppare altri servizi accessori alla salute. Ultimamente abbiamo acquistato un macchinario, e giriamo la Calabria con il camper della salute per offrire ai cittadini l’esame Moc, un esame che cerca il tumore alla mammella. Facciamo prevenzione e su 300 casi ne abbiamo trovati due in cui era necessario intervenire nel più breve tempo possibile. In uno dei due stiamo anche trovando i fondi per finanziare le cure a un malato meno abbiente. Il corso è stato molto utile, ha aperto realtà che a livello regionale non si conoscevano, e oggi potrò portare questa nuova esperienza sul mio territorio. Abbiamo capito come sta cambiando l’associazionismo e quello che ci aspetta nel futuro. Io sono diventato donatore 21 anni fa grazie al mio professore di italiano. Inizialmente era un modo per saltare le lezioni, oggi è un percorso che fa parte della mia vita a tutti gli effetti”.

Valore aggiunto fuori dai moduli didattici, senza dubbio, anche l’apporto di esperienza che ciascun partecipante ha portato nel gruppo.  Marta Magnano dalla Sardegna, socia di Avis Cagliari e cura delle politiche giovanili nella provinciale, ne è un esempio emblematico. “Prendiamo coscienza del fatto – ha spiegato – che il volontariato ha una forte base emotiva, ma per farlo bene e garantire il raggiungimento di obiettivi importanti come l’autosufficienza in Italia raggiunta da poco, e in Sardegna ancora da ottenere, è necessaria una preparazione tecnica. Io non sono donatrice, e spero che la mia esperienza possa essere di incentivo per tanti altri ragazzi che condividono la causa Avis ma sono impossibilitati a donare. Il dono non è l’unico modo di essere utile, ci sono moltissime attività che è possibile svolgere in associazione. L’esperienza a contatto con i pazienti è importante, io studio medicina e so che ci sono molti casi di talassemia, che in Sardegna è una malattia endemica, paradigmatici per trasmettere a tutti qual è l’importanza del donatore di sangue e del suo gesto“.

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[Fonte: BuonSangue.net]